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*loading* curiosi!
Cara Mina,
metti che ci sia una ragazza che qualche anno fa si è lasciata con il fidanzato storico (il più importante della sua vita). Metti che ora lui stia con un’altra, e che lei non riesca a trovare un’anima così gemella. Metti che a lei capiti spesso di pensare a lui, e che lui, nonostante tutto, rimanga il cuore del suo cuore. Metti che in questi anni lei sia molto cambiata, cresciuta e diventata donna (una strafiga, credimi). Metti che a lei venga voglia di risentirlo per chiedergli: «Come stai? Ti ricordi delle nostre risate? Il tempo ha già ricucito le ferite? E tu, ci credi ai miracoli?». Tu, sapiente, che cosa le consigli di fare? Chiamarlo? E con che spirito? Credimi, lei a lui tiene ancora moltissimo. Veramente moltissimo.
V.
Chiamalo, chiamalo senz’altro. Gli chiedi come sta, gli puoi anche chiedere se si ricorda delle vostre risate, perché no, e, fondamentale, gli assicuri che tu stai benissimo. Gli auguri che la relazione che ha in corso duri per sempre e gli dici che ti farebbe piacere conoscere la sua compagna. E ti fermi lì. Se è vero che tu tieni veramente a lui, non credo che ci sia altro da dire o da fare.
MIA MADRE, PARTE DI ME
Scrivo in risposta alla giovane quindicenne (Vanity Fair n. 29) che ha perso il padre, oltre a tutti i problemi di salute che ha avuto. Hai ragione tu, Mina, il dolore per la perdita di una persona così vicina non se ne andrà mai: anche a distanza di anni ci saranno momenti in cui il pianto non si potrà trattenere. Dopo la perdita di mia madre non riuscivo a vedere una fine al dolore, ma la cosa più bella è la serenità che è arrivata con il tempo, e che ha preso il sopravvento sulla disperazione. Ora sono rimasti i ricordi splendidi di una donna fantastica che ha dato la vita per me. Il suo amore intenso mi ha sempre accompagnato (purtroppo solo fino all’età di 23 anni), ma ora ne ho 32 e riesco a percepire il suo amore ancora di più. Non sono religioso e non lo era neanche mamma, ma la sento parte di me e della mia vita in ogni istante, e questo mi fa sempre sorridere.
Marco
C’è anche chi non riesce a conquistare la dolcezza del ricordo. C’è chi si dibatte per secoli tra disperazione e collera. Tu ci sei riuscito e ne sono felice, caro Marco. Un bacio.
IO, CHEF ALLA FRUTTA
Sette anni fa ero in crisi esistenziale con la mia famiglia e uscivo da un tracollo finanziario. Dopo un po’ conosco lei, più grande di me di sei anni (io ne ho 34), con un divorzio alle spalle e un figlio oggi quattordicenne. È subito grande amore reciproco, andiamo a convivere a casa sua, passiamo due anni stupendi, poi iniziano i guai. Io sono uno chef e il mio lavoro mi porta a fare tardi la sera. Cominciano i primi screzi, lei dice che l’equilibrio familiare si sta rompendo. Allora decidiamo di vendere la casa e di aprirci un ristorante tutto nostro. Pensavo anch’io che fosse la scelta giusta, ma oggi non lo penso più: 24 ore insieme per 12 mesi l’anno sono davvero troppi. Qualcosa si è rotto, ma il bello sai qual è? Lei dice che passiamo poco tempo insieme perché io sono in cucina mentre lei è in sala. È gelosa anche del computer: dice che posso conoscere altre donne. Io sono alla frutta, aiutami.
Checco
Checco, nascondi l’attaccatutto. Potrebbe essere pericoloso. Farle capire che è un pochino asfissiante e che tu hai bisogno, come tutti, di un innocente spazio di libertà, credo sia impossibile, dal racconto che mi hai fatto. Bella grana, sei legato mani e piedi. Mollare tutto e andarsene non è possibile ed è da vigliacchi. Ti aiuterei molto volentieri, ma come? È proprio vero, sei alla frutta. Speriamo almeno che sia buona e fresca. Ti mando un bacio.
UN LIETO FINE ERA GRADITO
C’erano una volta Angelo e Lucio. Passavano molto tempo insieme e condividevano un sacco di cose. Un bel giorno la loro amicizia si trasformò in qualcosa di speciale. Cominciarono un lungo percorso insieme, tenendosi per mano, aiutandosi a vicenda quando ne avevano bisogno, circondati da tutto l’amore che scaturiva dai loro occhi e dai loro sorrisi. Dopo qualche mese, alcune prove superate e momenti difficili lasciati alle spalle, Lucio lascia improvvisamente la mano di Angelo. Dice di voler continuare da solo su quella strada, che vuole sentirsi libero, che ha bisogno di mettersi alla prova. Angelo e Lucio non sono più insieme su quel cammino. E mentre Lucio si diverte, corre, rallenta, incontra nuova gente, Angelo sembra essere fermo nel punto in cui si sono divisi. Per lui è difficile superare tutto. Mettere da parte quello che sente e non soffrire per quello che vede. Non sa come fare per soffocare l’amore che prova per lui. Un amore non ricambiato. Non sa come dimenticare quella mano che stringeva forte la sua. Talmente forte da fargli male ancora adesso. Non sa come convincersi che non tutte le favole hanno un lieto fine.
A.
Francesco Petrarca diceva: «Cosa bella e mortal passa e non dura».
Ferragosto. Di vent’anni fa. I presenti erano pochi, come voleva lui. L’aveva scritto su un foglio che aveva lasciato in un cassetto del comodino della sua camera. Aveva compilato l’elenco delle persone che avrebbe voluto al suo funerale. Il funerale di Enzo Ferrari.
Un uomo agro, austero, severo, schivo come quelli che piacciono a me perché sono superiori a tal punto da non avere bisogno di umiltà né tanto meno di superbia. Mi viene in mente un parallelismo con un altro geniale ingegnere dedito alla cognizione del dolore più che a calcoli matematici. Chissà se si saranno mai scambiati due parole secche e contundenti per farsi sanguinare un po’? Forse no, ma mi piace pensarlo. Una autentica gloria per cui l’Italia è riconosciuta nel mondo da più di mezzo secolo. La Ferrari è l’Italia più bella.
La Ferrari vive, sopravvive e prospera in un paese che fa fatica a riconoscere in se stesso tanti altri spunti di orgoglio. Sì, ogni tanto un italiano si sveglia per qualche inno dedicato ad un fatto sportivo e finisce per vantarsi di un miracolo che ritiene improvviso e imprevedibile, ma, chissà perché, dovuto.
In questi giorni, per esempio, siamo felicemente distratti da medaglie di eroi che non meritiamo a cui avevamo dedicato e dedicheremo irrispettosa indifferenza, dopo i primi momenti.
Ci piace molto distrarci e non sappiamo più riconoscere quando e per cosa dovremmo stare attenti.
Il ventesimo anniversario della morte del creatore della Ferrari non deve essere trascurato. Non faremmo un filo di danno se ci soffermassimo a valutare l’anomala grandezza di un’impresa che tutto il mondo invidia. Nessuno si capacita del perché non vi sia superpotenza economica che riesca ad eguagliare i risultati ottenuti nella cittadina di Maranello. Perché proprio lì i cervelli non fuggano e, piuttosto, se ne concentrino di nazionali e ne vengano attratti di stranieri. Perché i meccanici siano così preparati e veloci. Perché qualcuno abbia cercato di rubarvi dentro. Enzo Ferrari ha evidentemente gettato il seme di una gloria che non si estingue. Voleva costruire macchine da corsa per vincere nel mondo. Le sue macchine vincono ancora. Mi domando se vi sia un’impresa paragonabile a questa. E sarebbe meglio che anche qualcun altro se lo domandasse.
«La corsa è la vera vita. Tutto il resto è ineluttabile attesa», diceva l’ingegnere delle meraviglie. Vent’anni fa lui ha smesso di correre. Ma il suo capolavoro continua la «vera vita» in suo nome e per suo conto.
Cara Mina,
finalmente mi sono deciso, ho lasciato, me ne sono andato, mi sono tolto un peso che mi umiliava. Lavoravo con uno pseudo-artista, un uomo il cui unico credo era urlare e bestemmiare. Ma tutti lo adoravano e lo giustificavano perché, sai, «lui è fatto così!». Mi sono semplicemente guardato allo specchio e ho scelto di sparire. Non tolleravo più di sentirmi dire «stupido» cento volte al giorno. Non sopportavo più di sentirmi chiamare «puttana» (e anche peggio) e cercare di capire. Che razza di rapporto artistico e umano si può avere in queste condizioni? Là fuori c’è ancora qualcuno che voglia abbracciare e ascoltare e non urlare? Mi si bagnano gli occhi e nemmeno me ne accorgo. Sarà che quella persona mi ha lasciato una ferita grossa così.
Gianfranco
C’era altro, oltre al lavoro, se ho capito bene. Hai fatto benissimo a chiudere questo rapporto. Il rispetto è la prima cosa da esigere da qualsiasi affair, figuriamoci da una situazione d’amore. Shakespeare diceva: «Che l’amore è forse una cosa delicata? Direi piuttosto che sia troppo rude e troppo aspra, e infine troppo violenta: e punge come uno spino». Ma è un altro tipo d’amore quello da desiderare, da volere. Quello della dignità, della tenerezza, della condivisione, della commozione, dell’affetto, del bene vero. Là fuori, come dici tu, c’è sicuramente chi saprà ascoltare e non urlare. Tutto sta a riconoscerlo.
IO, AMANTE ESTIVA
Un paio di anni fa, in vacanza, ho conosciuto un ragazzo che mi ha fatto perdere la testa. Lui, Filippo, Ariete, alla reception dell’albergo, io, Carlotta, Bilancia, in adorazione di questo adone: un colpo di fulmine. Sono tornata due volte per lui in quel paradiso di vacanza e ora continuiamo a sentirci, vuole venirmi a trovare, è sempre un corteggiatore «old style». Con lui il sesso (che per cinque anni con il mio ex non ho praticato un granché) è travolgente e sensorialmente multiplo! Ma c’è un problemino: io single di Udine, lui fidanzato da anni e a 1.000 km da me. Come al solito sto sognando inutilmente, vero? E a 31 anni suonati dovrei smetterla. Ma perché lui continua a cercarmi? Se un uomo è così tranquillo e sembra anche felice con la sua fidanzata, per quale motivo continua a tenersi in contatto con l’amante estiva? Ho bisogno di un consiglio per capire.
Carlotta
Non c’è granché da capire, cara Carlotta. Chissà quante storielle come questa ha in giro il bel Filippo. Sono un po’ brutale perché spero che tu non riponga alcuna aspettativa nelle mani di uno che, evidentemente, vuole solo «divertirsi». Ma tu sei salva, se vuoi. Quella che avrebbe bisogno di un consiglio, se così si può chiamare, è la sua fidanzata. Poveretta.
LA SOLITUDINE DELL'ANTICONFORMISTA
Ho 20 anni, vivo in un piccolo paese, ed è da quando ho iniziato ad avere coscienza di me stesso che ho sempre rifiutato di adattarmi al dannato conformismo che purtroppo tiranneggia sulla nostra società. In ogni mia scelta ho sempre dato spazio a ciò che mi suggeriva il pensiero. Non mi è mai importato di ciò che pensava la gente, l’importante era che andasse bene a me. Ancora oggi trovo stomachevole l’idea di dover modellare il mio modo di essere per rientrare nelle «simpatie» di qualcuno. È per questo che, inseguendo il mio sogno di un’amena realtà svincolata da precetti assurdi e bigotti, mi sono addentrato in un oscuro labirinto nel quale vago completamente solo. Chiuso nella mia sfarzosa reggia di cristallo, in cui mi concedo ben pochi sorrisi e compagnie, trascorro i miei giorni accogliendo, ormai non solo per caparbietà, ma anche per dispetto, soltanto ciò che la mia testa ritiene giusto. Ma adesso inizio a chiedermi se ne valga la pena. Dimostrando di inseguire le mie idee, mi accorgo di non aver mostrato niente a nessuno, e che anzi la verità che io paleso a tutti viene male interpretata. Ed è questa la domanda che ti rivolgo: se il prezzo da pagare per essere sinceri e fedeli a se stessi è rimanere soli, devo o non devo continuare a scontare questa pena? Devo o non devo celare sotto un telo nero tutto ciò che sono e penso? Un abbraccio per te che sei la luna che illumina le mie sere buie.
M.
Com’è possibile che tu, «dimostrando di inseguire le tue idee, le tue stranezze», non abbia «mostrato niente a nessuno»? Se ritieni veramente che sia andata così, ti toccherà essere più esplicito. Soltanto con la chiarezza estrema si evidenzieranno le differenze, se ci sono. Solo con la franchezza potrai dividere chi ti capisce e condivide il tuo atteggiamento filosofico nei confronti del vivere e chi, invece, o non ti capisce o non è d’accordo con te. E da qui ripartire. Sotto un telo nero celerai soltanto quello che riterrai troppo personale, quello che vorrai tenere solo per te o, magari, partecipare a una persona sola. La persona giusta che ti amerà proprio per come sei fatto. Ti auguro ogni bene. La luna ti saluta, sperando che si illuminino anche le tue giornate.
C’è un’Italia minore che vive a fatica, nel rischio di un’estinzione irreversibile. Piccoli Comuni sul dorso degli Appennini fuggiti dai rari abitanti, frazioni che si sperdono nelle zone interne del Sud, in cui il divario col resto del Paese diventa sempre più irrecuperabile.
Un recente rapporto ci descrive quest’altra Italia, fatta di borghi minuscoli, dove si invecchia senza nascite a ricambio, dove si sopravvive a basso reddito, esiguamente istruiti e scarsamente occupati. E ci informa che un Comune su cinque è gravato dal rischio di definitiva scomparsa.
È un’Italia di cui ti accorgi soltanto quando viene massacrata dagli incendi estivi, sventrata da un terremoto, travolta da un fiume. Ma è anche l’Italia che si ritrova sotto i campanili a discutere su come organizzare una sagra patronale, che con la sedia sulla porta di casa partecipa alla vita di tutti, che lascia le finestre aperte alle canzoni popolari e ai profumi di una cucina ancora greve di sapori.
È un’Italia in cui, sull’acciottolato delle viuzze, potresti vedere un Petrarca camminare con un fascio di codici antichi sotto braccio o Caravaggio alla ricerca di volti segaligni da ritrarre. Se non fosse per il cicaleccio della tivù che si mescola alle parlate popolari, non riusciresti a individuare il secolo preciso da cui provengono questi fotogrammi.
Ma è anche quell’Italia cara e consueta a Pasolini, quell’Italia che, a dispetto della sua patina oleograficamente arcaica e di quel retrogusto di «piccolo mondo antico», è già stata raggiunta da una mutazione antropologica che mitizza i modelli prodotti indifferentemente a Londra o a Los Angeles e che ha sostituito le gesta degli eroi locali con le marionette dell’«Isola dei famosi». «L’Italia non consumistica, economa e eroica? L’Italia scomoda e rustica? L’Italia senza televisione e senza benessere? L’Italia senza motociclette e giubbotti di cuoio? L’Italia con le donne chiuse in casa e semi-velate?». No: è certo che questo scenario della memoria, prima ancora di essere stato distrutto dallo svuotamento dei paesini, è stato manomesso da un sistema che, sotto il nome di globalizzazione o di omologazione, livella tutti al ruolo di consumatori.
Non voglio controllare quali saranno i paesini e le frazioni intorno a casa, a Cremona, che rischiano di essere brutalmente cancellati dalla carta geografica. Sarebbe come non poter più ambientare quella gita in bicicletta, quel sorriso di quel ragazzo lungo l’argine del Po, quei piccoli dolori che andavi a cauterizzare con una corsa in moto fino a ... Ecco, il nome di quel paesino dovrò ripetermelo più spesso, d’ora in poi. Per non dimenticarlo.
Cara Mina,
recentemente sono stato in viaggio di lavoro a Las Vegas e non ho potuto fare a meno di notare l’impronta che Elvis Presley ha lasciato in quella città e nel cuore degli americani. Mi meraviglio di come un artista che ha dato inizio al concetto di rockstar sia da un lato venerato e dall’altro usato in modo vergognoso (per 25 centesimi di dollaro un fantoccio con le sembianze di Elvis ti predice il futuro). Per me lui è molto di più, è la voce che non ho mai avuto, le parole che non ho mai trovato. Quanti artisti avrebbero trovato il coraggio di esibirsi quando ormai erano l’ombra di se stessi? Lui lo ha fatto, ci ha cantato la sua ultima canzone nel suo ultimo show del 1977. E che canzone: il regalo più bello. Grazie con tutto il cuore, e grazie anche a te, Mina, perché continui la tua rubrica.
Paolo ’77
Caro Paolo, su Elvis sfondi una porta apertissima. Ha inventato tutto, e tutti noi che facciamo bene o male questo lavoro gli dobbiamo qualcosa. Anche chi non lo sospetta neanche e si sente lontanissimo da lui, dai suoi modi, dalla sua musica, sotto sotto, senza rendersene conto, gli deve molto. Non ti scandalizzare per il fantoccio che predice il futuro. Anche quello è un modo di amare Elvis. Un modo magari rozzo e inelegante, ma inevitabile, vista la grandezza del personaggio.
DOV'È LA DONNA GIUSTA PER ME?
Sono un timido ragazzo di 17 anni che fino ai 16 non si interessava alle ragazze. Invece l’anno scorso mi sono innamorato per la prima volta, ma lei mi ha rifiutato in malo modo perché era già fidanzata (io non lo sapevo). Da allora mi sono ripreso, ma ogni volta che vedo una ragazza della mia età, o più giovane, sento qualcosa per ognuna. Come saprò riconoscere la donna giusta per me o quella che prova qualcosa per me?
G.P.
Devi organizzare la metodologia dei tentativi. Prepara e impara a memoria la formula dell’approccio e usala quando ti pare. L’estensione della popolazione a cui dedicarla mi sembra infinita. Questo deduco dalle tue parole. Tutte le coetanee e le più giovani di te sono attualmente comprese nei tuoi desideri, ma, credimi, fra un po’ compariranno anche le attrazioni delle più grandi. L’emozione che proverai nell’enunciare le parole ti darà la misura del tuo desiderio. Il tono e i contenuti delle risposte ti daranno il quadro identificativo di ogni intervistata. Quando ti sarai annoiato del sondaggio e ti siederai tranquillo a un tavolino di un bar con una bibita fresca ristoratrice, sentirai improvviso un profumo che vola via come un refolo di vento. Ti girerai di scatto, come assalito da un’idea di pericolo misto all’estasi. Non vedrai alcunché se non una coda di capelli che scompaiono dietro all’angolo. Non so se ti alzerai per rincorrere il sogno che si avvera. Non so se pigramente andrai avanti a sorseggiare la consolante sicurezza. Ti informo, con certezza, che quella che precede i capelli dietro a quell’angolo dovrebbe essere la donna giusta.
L'ARTE E LE RACCOMANDAZIONI
«Gli attori sono gli unici ipocriti onesti» (Shakespeare). Ho 18 anni e tanti sogni. Dicono che senza raccomandazioni non si va avanti. E come me ce ne sono tanti, viviamo fuori dalle grandi città, e siamo piccole bombe a orologeria senza carica. Non voglio lamentarmi della società ma voglio ringraziare quegli artisti che, come te e me, stanno bene solo se riescono a far star bene gli altri. E che, in bilico fra sogno e realtà, a volte preferiscono chiudere gli occhi e lasciarsi andare. L’Arte farà il resto. Grazie.
M.
Prego.
LA GATTINA MINA MAZZINI
Ho adottato una gattina randagia nera e tenerissima. Pensavo di chiamarla Mina. Che ne dici? Lo consideri un affronto? Spero di no. Un bacio.
Lorenzo
Un affronto? Ma cosa dici, Lorenzo? Mi fa piacere, anzi ti suggerirei di metterle anche un cognome: Mazzini. Miao.
SE IL VIRTUALE DIVENTA REALE
L’ho conosciuto in chat e parliamo da una vita. Prima un modo come un altro di raccontarsi a un estraneo, poi una non indifferente pressione emotiva. Abbiamo deciso di vederci, ma continuo a rimandare. So che mi piace, ma che dovrei affrontare i miei (che della chat pensano «peste e corna») sia per incontrarlo che per iniziare una relazione. Mi sono cacciata in un bel pasticcio?
Anonima
Sono tantissime le lettere che sollevano il tuo stesso problema e io mi sono già espressa fin troppo chiaramente su questo argomento. Comunque. La conoscenza e la comunicazione via chat non è un pasticcio così raro. Noi che non abbiamo vent’anni siamo pessimi giudici di simili «diavolerie». Siamo stati abituati ad arrossire, a sorridere, a esprimere sentimenti davanti a un interlocutore, non dietro al paravento di uno schermo di computer con distanze telematiche. Non posseggo consigli sensati da somministrare. L’unico invito è quello alla prudenza. Quando incontrerai l’uomo misterioso, dovrai per forza usare i cinque sensi e anche qualcosa in più. Fino a ora hai usato la fantasia, meravigliosa proprietà del cervello tanto utile quanto ingannevole.
Direi che anche come fertilizzanti potremmo essere a posto. Le ossa frantumate sono un grande concime. Perché non triturare ben bene tutte le ossa dei morti ai quali non sia stato portato neppure un fiore da almeno dieci anni? Così, poi, si vende questo pappone e si possono fare altri soldi. Senza, però, pensare che quella poltiglia era un uomo, tanti uomini, fratelli, madri, padri, amici. Me lo aspetto da un momento all’altro. I dormienti, quelli veri, non sarebbero lasciati in pace neppure in questo non tanto demenziale caso.
Lo Stato mi spaventa sempre di più. John Acton diceva: «I grandi uomini sono quasi sempre uomini malvagi». Ecco, malvagi forse è troppo, mi viene in mente la matrigna di Biancaneve, ma poco affettuosi sì, poco amorevoli, se vogliamo ridere. Come poco affettuoso è il provvedimento che prevede che se un conto bancario o postale non ha avuto movimentazione negli ultimi dieci anni viene espropriato, confiscato, requisito, sequestrato... scegliete voi il verbo che ritenete più appropriato.
Dove andranno a finire questi soldi, chiederanno i miei piccoli lettori? Ma vanno per un’opera di bontà, ovviamente. Verranno dirottati verso il fondo creato per risarcire le vittime dei crac finanziari, ma anche, in parte, per l’assunzione dei precari nella pubblica amministrazione.
Per questo banche, finanziarie e Poste Italiane hanno inviato lettere raccomandate ai titolari per chiedere di movimentare il conto, e chi non risponde all’invito entro sei mesi dalla data di ricevimento della lettera rischia di non poter poi reclamare più nulla. La scadenza è il 16 agosto. Quindi queste famose lettere dovrebbero essere in cammino da febbraio. Conoscete qualcuno, almeno uno, anche piccolo, anche nano che abbia ricevuto un tale avviso? Io no. Nessuno.
«Un’ingiustizia nazionale è la più sicura strada verso la decadenza di una nazione», sosteneva William Ewart Gladstone. Non voglio essere catastrofica, ma mi sembra che sul piano del rispetto del cittadino non ci siamo proprio. Perché la gente è sempre più convinta che i politici siano una razza diversa, distante, opposta? Perché, spesso, mandano avanti progetti con modalità che non si possono giustificare in alcun modo? Perché non devo poter lasciare «dormire» il mio eventuale conto finché mi pare e piace? Perché mi vogliono sfilare quei quattro soldi vigliacchi che, magari, mio nonno ha risparmiato con fatiche e privazioni inenarrabili, proprio per lasciarli ai nipoti che tanto amava, non certo per arricchirli, ma come suo affettuoso ricordo?
Cara Mina,
sono cresciuto amato e protetto da genitori e fratelli maggiori, ma senza mai la possibilità di far sentire la mia voce. Io sempre troppo piccolo per attirare l’attenzione sui miei problemi, anch’essi troppo piccole per gli interessi dei «grandi». Si cresce ugualmente, perché quando si riceve molto amore non è difficile. Arriva il matrimonio con una ragazza di otto anni più giovane. Le sono stato accanto fin dall’inizio dei suoi studi in medicina, studi che io non ho avuto la possibilità di intraprendere. Le ho dato forza quando la stanchezza la spingeva a mollare tutto. In alcune occasioni l’ho trascinata fin dentro le aule universitarie, anche se per me era doloroso, perché entrarvi significava vedere la mia sconfitta per non essere riuscito a diventare medico. Oggi è un giovane chirurgo e sono orgoglioso di lei. Ma ora che sono io ad avere bisogno di sostegno, mi accorgo che per me nulla è cambiato. Le mie parole continuano a non avere forza. Ogni volta che racconto qualcosa o esprimo pensieri, vengo interrotto da lei che ha cose urgenti da comunicare. I primi tempi beneficiavo di qualche «scusa se ti ho interrotto», ora non ne ho più diritto. Vivo in un mondo in cui nessuno è in grado di sentire la mia voce. Sicuramente chiedo troppo, visto che in 36 anni di vita ho sempre e solo ascoltato, senza mai essere contraccambiato. Ho pensato così di scrivere alla cantante preferita di mia moglie, che cura una rubrica sulla sua rivista preferita, per cercare di farle capire quello che a voce non mi dà la possibilità di esprimere. Probabilmente ho solo bisogno di voce. Chi meglio di te può aiutarmi?
Daniele
Ti presterei tutti gli acuti di cui sono capace, ma neanche quelli colpirebbero i timpani di sordi premeditati. Ti consiglierei, a scopo provocatorio, di provare con il silenzio assoluto accompagnato da espressione neutra, calma e asettica. Il peggior castigo per chi vuole fare l’indiano è quello di non fornirgli il pretesto per l’indifferenza. Il trappolone solitamente funziona. Un bel giorno tua moglie ti chiederà perché o come mai. Quello sarà il momento perfetto per la tua svolta epocale. Attenzione, però. Se non sarai pronto con qualche idea fondamentale, o con qualche espressione realmente incisiva, avrai perso non soltanto la battaglia, ma addirittura la guerra. L’ascoltare riguarda la sfera dell’educazione o dell’amore, mentre il comunicare è un’arte.
SE SONO SERENA E' SOLO PERCHE' HO SMESSO DI SOGNARE
Sono una ragazza carina e colta, di buona famiglia, anche se non mi sono mai sentita come le persone che mi circondano, che mi hanno spesso rimproverato un carattere troppo forte e una sensibilità troppo anticonformista. La mia non è una famiglia serena, siamo tutti in salute, belli e benestanti, ma non c’è dialogo, cosa per cui da piccola ho sofferto e che forse, ora che ho più di 30 anni, mi ha lasciato difficoltà nella socializzazione. Da bambina avevo tre desideri che esprimevo ogni sera prima di dormire, gli stessi per vent’anni. Nessuno di questi si è avverato, nonostante non fossero particolarmente «esosi». Ora che sono adulta, dopo aver sofferto un anno intero a causa di una relazione finita, è da due che credevo di essere serena. Finché, questa settimana, ho avuto un’illuminazione che mi ha tolto il respiro e che non mi fa smettere di piangere: sono serena perché ho smesso di sognare e di sperare.
Stella
Può essere un modo anche questo. Un po’ amaro, ma certamente adulto e consapevole. C’è chi sostiene a gran voce che la felicità è desiderare quello che si ha. Non so... io te la butto lì. Prova a considerare questa teoria. Potrebbe essere la soluzione, oppure una grande scemata. Boh!
LUI, LEI E l'ALTRO
Ti racconto una storia bella da impazzire. Da quattro anni ho un amore clandestino con un bellone conosciuto sul lavoro. Io fidanzata, lui libero, lui fidanzato, io libera. Ci siamo incontrati, ci siamo presi, ci siamo fusi insieme. Ora viene il bello: lui ancora fidanzato e io costretta, dalle circostanze, a rifarmi una vita con un altro. Lui ancora con lei. Io con lui e l’altro. Sono passati quattro anni e, appena lavoro e impegni permettono, ci rivediamo, ci riprendiamo, ci fondiamo, ci lasciamo con un «ciao a presto». Non ci lasciamo mai, nonostante i tentativi di fuga di uno o dell’altra. Ho capito che, anche se mi sposerò e avrò figli, lui sarà sempre in me. Ora lui è solo, o meglio ha una ragazza da poco. Io sempre l’altro. So che, se mai lui mi chiedesse di stare con lui e basta, io lo farei. Lo amo e lui mi vuol bene da sempre. Che cosa ne pensi? Butto tutto via nel cestino?
Pissy
Non è una storia. Sembra più un indovinello o una barzelletta o una citazione tipo «famolo strano». Se vi divertite, non buttate via il giochino. Se poi, invece, ti volessi fare un’istruzione con il proverbio della gatta, del lardo e dello zampino, non sarebbe male. Fallo per me. Non mi toccherà ricevere un’altra lettera da te con le lagne tipiche di chi ha scherzato col fuoco e chiede consigli su come leccarsi le ferite. Vedi, le frasi fatte servono sempre.